Sabato 3 ottobre 2026, presso l’Hôtel Parco dei Principi, in Roma, si è tenuta la Comunicazione 2026 del Supremo Gran Capitolo dei Liberi Muratori dell’Arco Reale d’Italia e suoi Side Degrees, solenne appuntamento annuale che ha riunito i Compagni dell’Arco Reale e i rappresentanti delle diverse articolazioni dell’Ordine.
La giornata ha costituito un momento di particolare rilievo, non soltanto sotto il profilo amministrativo e organizzativo, ma soprattutto sotto quello rituale e iniziatico, fornendo ai Compagni presenti l’occasione di rinnovare i vincoli di Fratellanza e di riflettere sui fondamenti simbolici e tradizionali dell’Arco Reale.
Composto il corteo rituale e fatto il proprio ingresso il Gran Re, il Compagno Fabio Venzi, Gran Maestro della Gran Loggia Regolare d’Italia, l’Assemblea del Supremo Gran Capitolo è stata aperta nel rispetto delle forme proprie dell’Ordine.
Il Gran Cancelliere ha preso la parola, presentando la propria relazione sullo stato del Supremo Gran Capitolo, illustrandone la situazione organizzativa e le principali attività svolte nel corso dell’anno. Particolare attenzione è stata dedicata allo sviluppo dell’Ordine sul territorio e alla costituzione di nuovi Capitoli, segno della volontà di consolidare e diffondere la presenza dell’Arco Reale, mantenendo, al tempo stesso, la necessaria attenzione alla regolarità e alla qualità del lavoro rituale. Il Gran Cancelliere ha inoltre riferito circa la costituzione di nuove Logge dei Marinai dell’Arca Reale, sottolineando l’importanza dello sviluppo dei Side Degrees quale parte del patrimonio tradizionale posto sotto l’egida del Supremo Gran Capitolo. La relazione ha consentito ai Compagni di avere un quadro complessivo della vita dell’Ordine e del lavoro compiuto, mostrando una struttura in progressiva crescita e consolidamento, nella quale l’espansione numerica deve necessariamente procedere insieme alla salvaguardia dell’identità rituale e iniziatica.
Si è poi proceduto a uno dei momenti più solenni della Comunicazione: la nomina e l’investitura degli Ufficiali di Gran Capitolo. Gli Ufficiali chiamati a ricoprire le rispettive dignità sono stati investiti dei loro incarichi, assumendo dinanzi al Supremo Gran Capitolo la responsabilità del servizio loro affidato. Si è proseguito con la ratifica del riconoscimento di alcuni Supremi Gran Capitoli esteri (Supremo Gran Capitolo dell’Arco Reale Inglese in Germania, Supremo Gran Capitolo dell’Arco Reale del New Brunswick, Supremo Gran Capitolo dell’Arco Reale di Grecia e Supremo Gran Capitolo dell’Arco Reale di Svizzera) e la nomina dei Gran Rappresentanti dei Supremi Gran Capitoli riconosciuti, rinnovando simbolicamente e concretamente i vincoli di amicizia e comunione che uniscono il Supremo Gran Capitolo italiano alle corrispondenti istituzioni regolari estere. I Lavori sono proseguiti con l’esame e la approvazione del nuovo Regolamento dell’Ordine, momento di particolare importanza per la vita istituzionale del Supremo Gran Capitolo. L’adozione del nuovo testo regolamentare ha rappresentato un passaggio volto a dare forma più compiuta e organica alla vita dell’Istituzione, adeguandone gli strumenti di governo alle esigenze maturate nel tempo, senza alterarne i princìpi fondamentali.
Terminata la parte istituzionale, i Lavori hanno assunto un carattere più propriamente storico, simbolico e speculativo, attraverso due interventi dedicati alla tradizione dell’Arco Reale irlandese.
Il primo ha illustrato la Cerimonia dei Veli nell’Arco Reale Irlandese, evidenziandone il particolare valore rituale, simbolico e iniziatico. È stato anzitutto ricordato come il percorso irlandese verso l’Arco Reale si sviluppi attraverso i gradi di Mark Master Mason ed Excellent Master, nel quale propriamente si compie il Passaggio dei Veli, per giungere, infine, al Royal Arch Mason. La tradizione irlandese, storicamente documentata fin dal XVIII secolo, presenta caratteri propri rispetto a quelle inglese, scozzese e nordamericana. Particolare rilievo è stato dato alla figura biblica di re Giosia e alla restaurazione del Tempio di Salomone, durante la quale è stato riscoperto il Libro della Legge. Il tema centrale non è, pertanto, quello della costruzione, bensì quello del ritrovamento di una Verità originaria, già esistente ma progressivamente celata dal tempo e dall’oblio. La Cerimonia traduce questo principio in un percorso attraverso quattro Veli, disposti secondo la sequenza cromatica blu, porpora, scarlatto e bianco. Il blu richiama la Fratellanza e le origini nella Massoneria Simbolica; la porpora la dignità e l’armonia; lo scarlatto lo zelo e il fervore; il bianco la purezza e la Luce. Ogni Velo costituisce una soglia che separa e, nello stesso tempo, invita il candidato a procedere verso una dimensione più interiore del Sacro. Il loro attraversamento assume il significato di una graduale purificazione e qualificazione dell’iniziato. Il riferimento simbolico è al Tabernacolo di Mosè e alla separazione tra lo spazio esteriore e il luogo più intimo della Presenza divina. Il passaggio attraverso i Veli si fa rappresentazione rituale del movimento dall’esteriorità verso l’interiorità, dall’inconsapevolezza verso la conoscenza. Come il restauro del Tempio di Giosia conduce alla riscoperta della Legge dimenticata, così il cammino dell’iniziato tende a riportare alla Luce ciò che era occultato dentro di lui. La Cerimonia non rappresenta, dunque, un semplice avanzamento nello spazio rituale, ma un autentico itinerario di riappropriazione della memoria interiore. Il Velo custodisce il Mistero proprio mentre indica la necessità del suo avanzante superamento. L’intero percorso dell’Arco Reale irlandese si configura, pertanto, come una ricerca della Verità celata nel centro del Santuario, alla quale l’iniziato può avvicinarsi soltanto attraverso una graduale conquista della Luce.
Il secondo intervento ha approfondito il significato del Libro ritrovato nel Tempio, assunto quale chiave per comprendere la specificità dell’Arco Reale secondo il rituale irlandese. Il riferimento fondamentale è ancora una volta al racconto biblico di re Giosia, che ordina il restauro del Tempio di Salomone, durante il quale il sommo sacerdote Chelkia ritrova il Libro della Legge. A differenza di altre tradizioni dell’Arco Reale, quella irlandese non pone al centro la costruzione di un nuovo Tempio, ma la restaurazione di quello antico. Il Tempio si fa, così, immagine dell’uomo e della sua interiorità: esso non è distrutto, ma dimenticato, profanato e progressivamente allontanato dalla propria funzione originaria. L’insegnamento iniziatico consiste, pertanto, non nel creare una nuova verità, ma nel riportare alla Luce ciò che è già presente e tuttavia rimane celato. Significativa è la circostanza che il lavoro di restauro preceda il ritrovamento del Libro: prima viene l’Opera, poi la scoperta. La disciplina, il servizio e la rettificazione preparano, infatti, lo spazio interiore nel quale la Conoscenza può nuovamente manifestarsi. Le figure di Chelkia, Safan e Giosia possono essere lette simbolicamente come tre funzioni dell’essere: il sacerdote riconosce il Sacro, lo scriba lo interpreta e il re lo traduce nell’azione. La conoscenza autentica non può, quindi, esaurirsi nella comprensione intellettuale, ma deve trasformare la condotta e rinnovare l’Alleanza. Le prime testimonianze massoniche irlandesi del XVIII secolo mostrano come l’Arco Reale si sia formato gradualmente, sino alla codificazione rituale ottocentesca. La scelta della leggenda di Giosia conferisce tuttavia al sistema irlandese una precisa fisionomia spirituale: non la fondazione di un nuovo Centro, ma il ritorno al Centro dimenticato. Il Libro ritrovato rappresenta, così, quella Legge interiore che l’uomo porta in sé, ma della quale può perdere memoria nel corso della propria esistenza. Il suo ritrovamento non conclude il cammino, poiché il Libro deve essere aperto, letto, compreso e infine vissuto. L’iniziazione comincia, dunque, quando l’uomo accetta di restaurare il proprio Tempio senza conoscere anticipatamente ciò che potrà rinvenirvi. La Parola non deve essere creata, ma può rinascere nell’uomo, e il Tempio non deve essere cercato altrove, bensì restaurato là dove è sempre stato.
Al termine delle esposizioni ha preso la parola il Gran Re, Comp. Fabio Venzi, la cui Allocuzione, intitolata La Libera Muratoria ai tempi del Kali Yuga: le origini irlandesi dell’Arco Reale e gli ‘Scots Masons’, ha ripercorso le origini dell’Arco Reale, soffermandosi sulle prime testimonianze irlandesi e sulla possibile relazione con l’antico grado degli Scots Masters. Venzi ha esordito ricordando come alcuni dei primi riferimenti documentati all’Arco Reale provengano dall’Irlanda del XVIII secolo, a partire dalla processione massonica di Youghal del 1743. L’Allocuzione ha quindi approfondito la tesi dello storico Christopher Powel, secondo la quale il Royal Arch avrebbe trovato un importante antecedente nel grado di Scots Master, praticato a Londra già negli anni Trenta del Settecento. Tale grado costituiva una cerimonia successiva al Terzo Grado e presentava elementi legati alla ricerca e al recupero dei genuini segreti del Maestro Massone. Il successivo passaggio dalla Loggia degli Scots Masters al Capitolo del Royal Arch avrebbe condotto alla configurazione con tre Principali e due Scribi disposti simbolicamente a formare un arco. Il Gran Re si è poi soffermato sulla Cerimonia del Passaggio dei Veli, conservata nella tradizione irlandese e da lui indicata quale elemento di particolare profondità spirituale e iniziatica. I Veli rappresentano le soglie che l’Iniziato è chiamato progressivamente ad attraversare nel cammino dall’oscurità verso una Luce che trascende la sola ragione umana. Richiamando Guénon, Coomaraswamy e la tradizione mistica cristiana, ha osservato come le “tenebre divine” possano simboleggiare non l’assenza della Luce, ma una Luce superiore che l’occhio ordinario non è ancora in grado di sostenere. Il Passaggio dei Veli diviene così immagine di una graduale trasformazione dello sguardo e di un movimento dall’esteriorità verso l’interiorità. L’Arco Reale, quindi, non può essere ridotto a una semplice appendice o “seconda parte” del Terzo Grado, ma costituisce un’esperienza iniziatica dotata di una propria specifica dimensione. Il suo carattere più profondo è stato individuato nella Mistica, intesa come esperienza dei suoi limiti e apertura verso ciò che non può essere interamente espresso attraverso il concetto. Il Rituale assume, pertanto, la funzione di una forma esteriore destinata a suscitare un movimento interiore: il gesto, la parola e il simbolo indicano una realtà che li trascende. Il Compagno è chiamato non soltanto a interpretare il Simbolo, ma ad attraversarlo, trasformando progressivamente la conoscenza intellettuale in esperienza vissuta. Il Gran Re ha sottolineato come proprio questa vocazione spirituale acquisti particolare importanza nell’epoca contemporanea, definita simbolicamente come Kali Yuga, tempo di oscuramento e crescente desacralizzazione. La società postmoderna, dominata dalla dimensione materiale, tecnologica e dalla perdita dell’interiorità, rende infatti sempre più difficile comprendere il significato autentico di un Ordine iniziatico. La crisi della Libera Muratoria deriverebbe anche dall’aver talvolta privilegiato la sociabilità e gli aspetti esteriori, smarrendo la propria essenziale funzione di trasformazione dell’uomo. In tale contesto, l’Arco Reale è chiamato a custodire con particolare rigore la propria natura sacrale, evitando che il Rituale si riduca a una rappresentazione priva di autentico contenuto interiore. L’Arco Reale si configura, così, come un itinerario verso l’unità interiore, nel quale il Compagno procede attraverso il Simbolo sino alla soglia di ciò che la parola non può più compiutamente esprimere. L’Allocuzione si è conclusa riaffermando la necessità di restituire alla Libera Muratoria la sua autentica dimensione iniziatica, spirituale e mistica, affinché, anche nell’oscurità del tempo presente, essa continui a indicare all’uomo una Via verso la Luce.
Terminata l’Allocuzione, il Gran Re ha richiamato i Compagni alla responsabilità che deriva dall’appartenenza all’Arco Reale. La dignità di Compagno non può essere intesa quale semplice avanzamento formale rispetto ai Gradi simbolici, né come acquisizione di ulteriori titoli o conoscenze, ma deve corrispondere a una più profonda assunzione di responsabilità nel lavoro su se stessi e nel servizio all’Ordine.
La stessa immagine del “Tempio da restaurare”, evocata negli interventi, è stata ricondotta al lavoro che ogni Compagno è chiamato a compiere interiormente. Non si tratta di edificare arbitrariamente qualcosa di nuovo, ma di rimuovere quanto, nel tempo, ha occultato il Centro, affinché ciò che era nascosto possa nuovamente essere riconosciuto. Analogamente, la ricerca di ciò che è perduto non deve essere confusa con una curiosità intellettuale o con il desiderio di possedere un segreto. Il vero ritrovamento acquista significato soltanto quando ciò che viene riconosciuto è capace di trasformare colui che lo ha cercato. Venzi ha quindi richiamato l’importanza della fedeltà alla ritualità, dello studio e della formazione dei Compagni, affinché la crescita del Supremo Gran Capitolo e dei suoi Side Degrees possa procedere mantenendo intatta la propria identità iniziatica.
Il Supremo Gran Capitolo si è poi avviato alla rituale conclusione. Il Gran Re, assistito dai membri del Consiglio e dagli Ufficiali, ha proceduto alla chiusura dell’Assemblea secondo il cerimoniale previsto, restituendo simbolicamente allo spazio la sua dimensione ordinaria, ma affidando ai Compagni il compito di custodire e proseguire interiormente il Lavoro compiuto.
Ricostituito il corteo rituale, il Gran Re e il Consiglio, accompagnati dagli Ufficiali, hanno lasciato l’Assemblea, concludendo formalmente la Comunicazione 2026. Il corteo d’uscita ha suggellato una giornata intensa, nella quale la dimensione istituzionale si è costantemente intrecciata con quella rituale, storica e iniziatica.
I Compagni hanno così lasciato il luogo dei Lavori portando con sé l’immagine che più di ogni altra aveva attraversato le riflessioni della giornata: quella di un Tempio che non è andato distrutto, ma attende di essere restaurato, e di una Parola che non deve essere inventata, ma nuovamente ritrovata. In tale immagine può forse essere raccolto il senso più profondo della Comunicazione: la Tradizione non indica all’Iniziato qualcosa da cercare lontano da sé, ma lo invita a lavorare con perseveranza affinché ciò che il tempo, l’abitudine e la profanità hanno velato possa essere nuovamente portato alla Luce.



