Il 3 ottobre 2026, presso l’Hôtel Parco dei Principi, in Roma, si è tenuta la riunione della Loggia “Pico della Mirandola n. 33”, Loggia del Consiglio delle Proposte Generali, presieduta dal Gran Maestro della Gran Loggia Regolare d’Italia, Fr. Fabio Venzi.
Aperti i Lavori nella forma dovuta, il Gran Maestro ha rivolto il proprio saluto ai numerosi Fratelli presenti, richiamando immediatamente l’attenzione sul particolare significato della riunione. Egli ha infatti sottolineato come le tre Tavole poste all’ordine dei Lavori, pur muovendo da prospettive differenti, fossero accomunate da un medesimo filo conduttore: la ricerca della Conoscenza, il rapporto tra ragione e Mistero e, soprattutto, la necessità che la Massoneria torni a riconoscere nella propria natura iniziatica la ragione più profonda della sua esistenza.
La prima Tavola, intitolata Ricordi e riflessioni sulla via iniziatica, ha preso le mosse dall’esperienza personale del Fratello relatore e dal ricordo di una stagione nella quale l’appartenenza massonica poteva essere vissuta con maggiore libertà anche da Fratelli investiti, nella società profana, di rilevanti responsabilità pubbliche e professionali. Da tale memoria è scaturita una riflessione sulla condizione presente della Massoneria e, più profondamente, sulla necessità di recuperarne l’autentica dimensione esoterica e spirituale. È stato osservato come lo straordinario sviluppo scientifico e tecnologico abbia trasformato, in pochi decenni, il mondo e le relazioni umane, senza che a tale progresso materiale sia corrisposto un analogo avanzamento morale e interiore. Il crescente rumore della vita profana, la velocità delle comunicazioni, la continua sollecitazione dei sensi e l’affermarsi di una dimensione prevalentemente esteriore dell’esistenza rendono sempre più difficile quella condizione di raccoglimento senza la quale ogni autentico lavoro su se stessi rischia di rimanere alla superficie. Proprio per questo, la Via iniziatica acquista oggi, se possibile, una necessità ancora maggiore. Il cammino del Libero Muratore richiede motivazione, disciplina, studio, perseveranza e, soprattutto, una sincera volontà di perfezionamento. In tale ambito è stato approfondito il rapporto tra ragione e intuizione, non considerate quali facoltà antagoniste, ma come momenti complementari della ricerca: la ragione preserva l’iniziato dall’errore, dall’illusione e dalle suggestioni prive di fondamento; l’intuizione, a sua volta, non sorge dal nulla, ma può maturare soltanto sopra un terreno preparato dalla conoscenza, dall’esperienza, dalla competenza e dal lungo lavoro interiore. Il Lavoro iniziatico deve prefigurarsi, pertanto, quale progressivo superamento dell’egocentrismo e delle illusioni della profanità. Anche l’inquietudine dell’uomo, quando autentica, può trasformarsi da motivo di smarrimento in forza propulsiva, inducendolo a rivolgere lo sguardo verso il proprio Tempio interiore. La riflessione si è quindi ricongiunta a quanto sostenuto dal Gran Maestro Venzi, nella allocuzione alla Gran Loggia del febbraio 2006, intitolata Le Anime hanno perso le “ali”: l’abbandono dell’Esoterismo e il De Profundis della Libera Muratoria. L’immagine delle ali dell’anima è divenuta, così, la cifra simbolica dell’intera Tavola: l’iniziazione come progressivo distacco dalla sola esteriorità e come recupero di quello slancio verticale che consente all’uomo di volgere lo sguardo verso ciò che è più alto, senza per questo sottrarsi ai doveri della vita e del mondo.
Al termine dell’esposizione, il Gran Maestro è intervenuto soffermandosi con particolare vigore sulla natura iniziatica della Libera Muratoria. Egli ha osservato come, per una parte considerevole della storia massonica, la dimensione autenticamente iniziatica sia stata frequentemente oscurata da finalità estranee alla Tradizione, sino a far assumere alla Massoneria, in determinati contesti storici, i caratteri di una consorteria orientata prevalentemente all’influenza e al potere profano. A tale concezione il Gran Maestro ha contrapposto con nettezza l’indirizzo da lui impresso alla Gran Loggia Regolare d’Italia, ribadendo che essa deve riconoscersi, prima di ogni altra definizione, quale Ordine iniziatico. La Loggia, pertanto, non può ridursi a luogo di relazione sociale, di reciproca utilità o di esercizio di influenza nel mondo esterno. Essa è, anzitutto, uno spazio consacrato al Lavoro, nel quale uomini liberi si riuniscono ritualmente per edificare il proprio Tempio interiore. Il Gran Maestro ha richiamato i Fratelli anche alla responsabilità individuale che deriva dall’Iniziazione. La regolarità formale, la corretta esecuzione del Rituale e la continuità della Tradizione costituiscono condizioni imprescindibili, ma acquistano il loro pieno significato soltanto quando il Fratello sappia trasformare la partecipazione rituale in autentico lavoro su se stesso. È nel Tempio, nel silenzio, nell’ascolto e nella progressiva comprensione del Simbolo che l’Iniziato deve cercare quella Luce della quale l’apertura rituale dei Lavori rinnova ogni volta la presenza e la promessa.
La seconda Tavola, intitolata Il R.S.A.A. e il sentiero integrale dell’opera. Una sintesi introduttiva tra Fondazione, Rettificazione e la Suprema Realizzazione, ha proposto una lettura del Rito Scozzese Antico ed Accettato quale sistema iniziatico unitario, rappresentando la Piramide Scozzese come una struttura frattale nella quale i medesimi princìpi si ripropongono, a livelli di crescente profondità, lungo l’intero cammino. Il percorso è stato ricondotto a tre momenti fondamentali: Fondazione, Rettificazione e Suprema Realizzazione. La Fondazione, propria dei primi tre Gradi, tende alla stabilizzazione di un io cosciente, ordinato e consapevole, capace di affrontare il successivo lavoro interiore. La Rettificazione conduce, invece, all’incontro con le componenti più profonde dell’essere e alla loro progressiva reintegrazione sotto la sovranità di un Centro, secondo il principio dell’Ordo ab Chao. In tale processo, il Simbolo e il Mito assumono una funzione essenziale, non quali semplici strumenti di comunicazione intellettuale, ma come porte attraverso le quali l’Iniziato può accedere a livelli più profondi della coscienza. Il Simbolo conserva necessariamente una regione di Mistero: esso non può essere interamente esaurito dalla spiegazione razionale, poiché deve essere vissuto, meditato e progressivamente interiorizzato. Particolare rilievo è stato attribuito al silenzio interiore, inteso non come mera assenza di parola, ma come condizione nella quale il moto disordinato della coscienza viene ricondotto al Centro e può manifestarsi ciò che era già presente, ma occultato. I Gradi Sublimi rappresentano, quindi, la fase nella quale quanto realizzato deve essere stabilizzato e portato nell’azione. Il Rito Scozzese Antico e Accettato si presenta, dunque, non come una forma esclusivamente contemplativa, ma come un cammino capace di ricondurre l’Iniziato nel mondo affinché vi operi senza perdere la propria centralità, nella consapevolezza della dimensione fraterna e rituale dell’Ordine.
Il terzo, intervento, accompagnato dalla proiezione di numerose immagini, ha illustrato il catalogo ragionato della interessantissima mostra Il Perturbante. Follia, esorcismi, stregoneria, magia, cabala e alchimia nel fondo antico della Biblioteca Angelica, ospitata presso la Galleria Angelica di Roma fino all’8 ottobre 2026.
La mostra nasce dall’esame di alcune centinaia di testi antichi, molti dei quali provenienti dalla sezione dei libri proibiti della Biblioteca Angelica, selezionati per indagare quella particolare dimensione che Freud definì Unheimlich: il perturbante, ciò che è insieme prossimo ed estraneo, conosciuto e rimosso, familiare e improvvisamente inquietante. Attraverso libri, incisioni e immagini, il percorso ricostruisce il complesso e non lineare passaggio tra superstizione e ragione, mito e scienza, fanatismo e conoscenza, articolandosi in cinque sezioni dedicate alla follia e alla medicina paracelsiana, agli esorcismi e alla stregoneria, alla fisiognomica, alla magia, Cabala, astrologia e divinazione e, infine, all’alchimia. Nella prima sezione la follia è stata osservata attraverso l’antica teoria degli umori, la medicina di Paracelso e opere emblematiche quali l’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam e la Nave dei folli di Sebastian Brant. Ne emerge una concezione nella quale corpo, mente e cosmo non costituiscono ancora realtà separate, ma parti di un unico sistema di corrispondenze. La sezione dedicata agli esorcismi e alla stregoneria documenta il versante più oscuro di tale universo culturale, mostrando come possessione, eresia e stregoneria siano state progressivamente trasformate in categorie teologiche e giudiziarie. Opere come il Malleus Maleficarum, insieme alle testimonianze sui sabba, sugli esorcismi e sulle possessioni, mostrano il consolidarsi di una demonologia capace di incidere tragicamente sulla vita degli individui. La fisiognomica rappresenta un ulteriore tentativo di leggere l’invisibile attraverso il visibile, ricercando nelle forme del volto e del corpo i segni di qualità interiori e inclinazioni dell’individuo. Di particolare interesse, anche per le evidenti consonanze con molti temi della Tradizione iniziatica, è risultata la sezione dedicata alla magia, alla Cabala, all’astrologia e alla divinazione. In essa ricorre costantemente il principio della corrispondenza fra Microcosmo e Macrocosmo, secondo il quale uomo e universo partecipano di un medesimo ordine. Corpo umano, pianeti, numeri, lettere e Albero sefirotico diventano differenti rappresentazioni di una realtà concepita come intimamente unitaria. L’ultima sezione è dedicata all’Alchimia, presentata nella sua duplice dimensione di pratica sulla materia e di itinerario simbolico e spirituale. Le immagini di Basilio Valentino, del Mutus Liber e del Rosarium Philosophorum restituiscono un linguaggio nel quale la trasformazione della materia e quella dell’operatore procedono parallelamente. L’Opera diviene pertanto anche rappresentazione di un viaggio interiore, nel quale gli opposti devono essere riconosciuti, separati, confrontati e, infine, ricomposti in una superiore unità. Al tempo stesso, i testi esposti testimoniano il lento passaggio dalla concezione magico-alchemica della Natura alla moderna indagine scientifica e sperimentale. La mostra rende così evidente come i confini fra magia, religione, medicina, filosofia e scienza siano stati, per molti secoli, assai più mobili e permeabili di quanto la sensibilità contemporanea sia abituata a pensare. Il “perturbante” si manifesta precisamente in questa regione di confine: fra ragione e ciò che la ragione non riesce ancora a ricomprendere, fra visibile e invisibile, fra ciò che riteniamo familiare e ciò che, improvvisamente, rivela un volto sconosciuto.
Riprendendo la parola al termine della terza esposizione, il Gran Maestro ha ricondotto le immagini e le suggestioni della mostra al tema della follia, proponendone una lettura volutamente lontana dalla sua accezione esclusivamente patologica. La follia evocata dal Gran Maestro è stata presentata anche nella sua possibile valenza di rottura degli schemi consolidati: quello scarto rispetto alla normalità che, quando non coincide con la patologia ma con una diversa capacità di vedere, può sottrarre l’uomo alla passiva accettazione di ciò che è dato e aprire uno spazio nuovo alla ricerca. Ha quindi dottamente richiamato Michel Foucault, il quale ha mostrato come la definizione moderna della follia non possa essere compresa soltanto come una progressiva scoperta scientifica della malattia mentale: essa è anche il risultato di un processo storico attraverso il quale la ragione occidentale ha definito se stessa separando da sé la “sragione”, confinandola e assoggettandola progressivamente al linguaggio medico e istituzionale. Nella ricostruzione foucaultiana, la cultura rinascimentale poteva ancora attribuire alla follia un rapporto con dimensioni misteriose e tragiche dell'esistenza che la successiva razionalità classica avrebbe progressivamente escluso. Il richiamo del Gran Maestro alla positività della follia può dunque essere inteso, in chiave iniziatica, come invito a non confondere la Ragione con la semplice conformità. Il Libero Muratore non rinuncia alla ragione, né potrebbe farlo; è tuttavia chiamato a riconoscerne i limiti e a non trasformarla in un nuovo idolo. Vi sono regioni dell’esperienza alle quali l’intelletto discorsivo può avvicinarsi, ma che non può esaurire. In questo senso, la follia può divenire immagine simbolica della libertà di chi osa oltrepassare il recinto delle opinioni ricevute, delle convenzioni e delle certezze profane per interrogare ciò che normalmente rimane nell’ombra. Non il rifiuto della ragione, dunque, ma il coraggio di spingere la ricerca sino alla soglia oltre la quale la sola ragione non basta più e deve accompagnarsi all’intuizione, al Simbolo, al silenzio e al Mistero.
Il Gran Maestro ha così ricondotto idealmente le tre Tavole a un unico centro. La prima aveva posto l’accento sulla necessità di restituire ali all’anima; la seconda aveva indicato nella rettificazione e nel ritorno al Centro il senso dell’Opera; la terza aveva mostrato, attraverso secoli di libri e immagini, il confronto incessante dell’uomo con ciò che si colloca oltre i confini rassicuranti del conosciuto. Esauriti gli interventi e compiute le riflessioni, i Lavori sono proseguiti sino alla loro rituale conclusione. La riunione ha così offerto ai Fratelli materia di profonda meditazione, ricordando ancora una volta che il Tempio non è soltanto il luogo nel quale i Lavori vengono aperti e chiusi nella forma dovuta, ma lo spazio iniziatico e simbolico nel quale ciascun Libero Muratore è chiamato, pietra dopo pietra, a edificare se stesso. E quando, infine, i Fratelli fanno ritorno al mondo profano, il Lavoro non cessa: semplicemente, prosegue fuori dal Tempio.



