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Il 26 settembre 2026, presso la Casa Massonica di Reggio Calabria, è stata consacrata la Loggia “Gli Argonauti n. 404” di Cosenza.
Ogni consacrazione di una nuova Loggia reca con sé un significato che trascende l’atto amministrativo e persino la pur importante continuità istituzionale. Là dove una nuova Loggia viene regolarmente costituita e consacrata, un nuovo luogo viene destinato al Lavoro, una nuova compagine di Fratelli assume l’impegno di edificare concordemente e una nuova Luce viene affidata alla custodia di uomini chiamati a conservarla, alimentarla e trasmetterla.
Alla Cerimonia di consacrazione hanno preso parte Ufficiali Nazionali e Regionali, insieme a circa sessanta Fratelli provenienti dalle diverse realtà massoniche della Calabria. La loro presenza ha conferito all’avvenimento il carattere non soltanto della celebrazione ma della testimonianza: Fratelli raccolti da luoghi diversi, con differenti esperienze e anzianità massoniche, si sono ritrovati uniti nel medesimo spazio rituale e sotto il medesimo vincolo di Fratellanza.
Il Gran Maestro Regionale della Calabria ha servito quale Ufficiale Consacratore, guidando i lavori con quella compostezza, precisione e dignità che appartengono alla tradizione rituale. Nella ritualità massonica, infatti, la forma non costituisce un semplice ornamento dell’azione. La precisione del gesto, la parola pronunciata nel momento appropriato, il movimento ordinato degli Ufficiali Consacratori e l’armonia complessiva dei lavori concorrono a ricordare che nessuna costruzione durevole può sorgere dal disordine.
Così, nel raccoglimento della Casa Massonica di Reggio Calabria, la nascita della nuova Loggia ha assunto il carattere di una vera fondazione simbolica. Una Loggia non nasce, infatti, soltanto quando riceve un numero e un nome. Nasce pienamente quando uomini liberi decidono di riconoscersi Fratelli e di lavorare insieme; quando ciascuno accetta che la propria individualità, senza essere annullata, venga posta al servizio di un’opera comune; quando le differenze di carattere, esperienza e sensibilità vengono armonizzate affinché pietre diverse possano trovare il proprio posto nel medesimo edificio. Ed è proprio qui che il nome scelto dalla nuova Loggia acquista una particolare forza evocativa: “Gli Argonauti”. Secondo l’antica tradizione ellenica, furono chiamati Argonauti gli eroi che, sotto la guida di Giasone, salirono sulla nave Argo e intrapresero il lungo e pericoloso viaggio verso la Colchide alla ricerca del Vello d’Oro. Non un solo eroe, dunque, ma una compagnia. Non un cammino individuale, ma una navigazione comune. Non una meta prossima e facilmente raggiungibile, ma un bene prezioso posto lontano, custodito e conseguibile soltanto attraversando prove, pericoli e incognite. È difficile non scorgere, in questa antica immagine, una corrispondenza particolarmente feconda con il cammino iniziatico. Gli Argonauti provenivano da luoghi differenti ed erano portatori di qualità differenti. La loro forza non consisteva nell’essere identici, ma nell’essere capaci di salire sulla stessa nave. Ognuno portava con sé ciò che era: il proprio coraggio, la propria arte, la propria esperienza, la propria forza e, inevitabilmente, anche i propri limiti. Tuttavia, una volta lasciata la riva, il destino dell’uno diveniva inseparabile da quello degli altri. Così è anche per una Loggia. Ogni Fratello varca individualmente la soglia del Tempio, ma nessuno edifica il Tempio da solo. Ciascuno lavora sulla propria Pietra; eppure, quella Pietra acquista il suo significato più pieno soltanto quando viene pensata come parte di un edificio più grande. Il perfezionamento individuale e l’armonia della Loggia non sono, dunque, due opere separate, ma due aspetti del medesimo Lavoro. Argo può allora essere intesa quale immagine della Loggia stessa. Una nave è costituita da molte parti. Nessuna, isolatamente, è la nave; pur tuttavia, ciascuna è necessaria affinché essa possa affrontare il mare. Occorre una struttura salda, occorre una direzione, occorrono uomini ai diversi posti loro affidati e, soprattutto, occorre che tutti riconoscano una rotta. Anche nel Tempio ogni Ufficiale possiede il proprio posto e ogni Fratello la propria dignità. L’ordine non stabilisce il valore degli uomini, ma rende possibile l’armonia del Lavoro. Quando la nave lascia il porto, inoltre, ciò che sulla terra appariva stabile cessa di esserlo. Il mare introduce l’incertezza. La rotta deve essere custodita. È necessario saper osservare, correggere, perseverare. Il viaggio degli Argonauti diviene immagine del viaggio dell’uomo che ricerca. Lasciare il porto significa abbandonare la sicurezza di ciò che è già conosciuto. Prendere il mare significa accettare che la conoscenza non sia possesso immobile, ma ricerca. Navigare insieme significa riconoscere che vi sono traversate che nessun uomo può compiere pienamente confidando soltanto nelle proprie forze. E mantenere la rotta significa ricordare che ogni autentico viaggio iniziatico richiede una meta. Per gli antichi Argonauti quella meta era rappresentata dal Vello d’Oro. Nel mito esso costituisce il tesoro remoto custodito nella Colchide, l’oggetto dell’impresa affidata a Giasone. Ma nella lettura simbolica che il nome della Loggia naturalmente suggerisce, il Vello può assumere un significato ulteriore: esso può divenire immagine di ciò che l’uomo cerca senza poterlo ricevere gratuitamente: la Verità, la Conoscenza, la Sapienza, la capacità di dominare se stesso prima ancora di pretendere di comprendere il mondo.
Il Vello è d’oro, e l’oro, incorruttibile e luminoso, richiama ciò che resiste al trascorrere del tempo. Ma il tesoro non attende il viaggiatore sulla soglia della sua casa. È lontano. Per raggiungerlo bisogna partire. Questa è forse una delle corrispondenze più profonde racchiuse nel nome “Gli Argonauti”: il valore della meta è inseparabile dal viaggio necessario per raggiungerla.
Ai Fratelli della Loggia “Gli Argonauti n. 404” spetterà custodire ciò che è stato loro affidato: lavorare con regolarità, preservare l’armonia della Loggia, trasmettere con fedeltà ciò che essi stessi hanno ricevuto e fare in modo che ogni uomo ammesso a bordo possa trovare nella Loggia non un approdo definitivo, ma il principio di un viaggio interiore. Perché vi sono viaggi nei quali la distanza percorsa non si misura in miglia, vi sono mari che non compaiono sulle carte, vi sono Colchidi che appartengono alla geografia dello spirito. E vi sono tesori la cui conquista non rende l’uomo più ricco agli occhi del mondo, ma più consapevole dinanzi a se stesso.